Il recente restauro della cappella quattrocentesca del palazzo Malingri
a villar Bagnolo ha confermato l'alto livello qualitativo degli affreschi
che la decorano e l'urgenza di uno studio che, sia pure allo stadio di tentativo,
li inserisca nel contesto della pittura di secondo quattrocento in Piemonte
Centrale ed Occidentale, ancora poco nota, ma, per vari spiragli, molto interessante
sia per valore intrinseco che per la possibilità di chiarificazione
dell'ambiente dal quale, almeno in parte, furono formati o influenzati i nostri
più noti: Spanzotti, Defendente, Clemer, ecc.
Purtroppo, allo stato attuale, non si conoscono documenti riferibili a questo
ciclo, lo studio non può quindi che essere basato sull'analisi
comparata dello stile. È evidente che questo tipo di approccio necessita,
al di là di una prima approssimativa collocazione temporale, di un minimo
di notizie sull'ambiente.
Ora, colmati alcuni dei tanti vuoti di fronte ai quali
ci si trovava per questi decenni, esistono le possibilità sia di aprirci
alla comprensione del nostro ciclo sia di ricavarne elementi per aggiungere
tessere al panorama dell'ambiente nel quale è nato.
Evidentemente non è difficile, bastando la presenza di San Bernardino da Siena,
situare l'esecuzione del ciclo di Villar a dopo il 1450 (anno di beatificazione);
meno facile interpretare e collocare storicamente le scelte dei mezzi di esprimersi
del pittore e quindi situarlo in un intervallo cronologico meno vago.
Intanto i particolari sufficientemente conservati, ci dicono subito di mano
non schiava di una maniera o di modelli correnti, pur essendo dichiarati sia
l'aggiornamento culturale quanto un attaccamento alla tradizione.
Iniziamo da quest'ultimo aspetto.
Al di sopra della Madonna svenuta ai piedi della Croce, nella Deposizione, compare
il volto di una pia donna dolente, che pare ispirato al viso, di cui soltanto resta,
ma bellissima, la sinopia, all'estremità sinistra della Salita al Calvario
di Jaquerio a Ranverso (1421-27).
Altrettanto si può dire della pia donna che, con Giovanni, sostiene la
Madonna nella Crocifissione.
La drammaticità con la quale il nostro pittore descrive, senza trasformarli
in burattini, i manigoldi che si spartiscono le vesti di Cristo, è tutta di
lunga tradizione, direi di sangue piemontese e la vediamo a Montiglio, in Jaquerio
e poi in Spanzotti e ad Elva, dove ha dipinto un pittore (molto probabilmente
Hans Clemer) nordico, che tanto deve aver sentito congeniale ed apprezzato certo
modo di esprimersi del Maestro dei Malingri. È però evidente che
il pittore, che ha trovato ancora validi mezzi jaqueriani, come il tragico bianco
vestito del cristo di Ranverso, vive tutte le novità di stile, di "mode"
della sua generazione.