La pittura

Giuseppe Giovenone nacque in un anno a cavallo tra il 400 e il 500. Trascorse l’adolescenza in un ambiente, la Vercelli del II decennio del’500, vivo e aperto nei riguardi dei movimenti artistici contemporanei.

La Chiesa Parrocchiale di Villar Bagnolo

 

LA PREDELLA DELLA MADONNA DEL CARMINE (attribuita a Giuseppe Giovenone)

 

L’Autore:

GIUSEPPE GIOVENONE

Giuseppe Giovenone nacque in un anno a cavallo tra il 400 e il 500. Trascorse l’adolescenza in un ambiente, la Vercelli del II decennio del’500, vivo e aperto nei riguardi dei movimenti artistici contemporanei.

Il padre ed il fratello Giovan Pietro, “lignamari”, erano costruttori di monumentali cornici per i polittici allora di moda, il fratello Gerolamo, già pittore in proprio, dopo la collaborazione con Spanzotti, gli permettevano certamente di vedere dal di dentro lo svolgersi della vita artistica, seguendo le chiacchere e le discussioni di padre e fratelli maggiori a proposito dell’acquisizione delle commesse, dei gusti e mode che si diffondevano tra i committenti, dell’attività delle varie botteghe.

Argomenti non ne mancavano. Nel 1509 Gaudenzio, ancora abitante a Varallo, aveva piazzato in Sant’ Anna di Vercelli il suo polittico (risostruzione in Debiaggi 1977), pieno di novità per l’ambiente spanzottiano.

Quali i commenti e le valutazioni dei “lignamari” Amedeo e Giovan Pietro per l’affidamento, da parte dell’Abate di Sant’Andrea, della costruzione degli stalli del coro dell’Abbazia al “cremonese” Pietro Sauli?

In questo ambiente non si poteva stare con le mani in mano e Gerolamo, con la sua attività documentabile per quegli anni, ce lo dice.

La pala Buronzo (alla Sabauda di Torino-Gabrielli 1971) del 1514, l’Adorazione dei Magi dell’Arcivescovado di Vercelli (Viale 1973) pure di quegli anni, con le riminescenze della Madonna di Orleans, di Raffaello, con gli inserti gaudenziani, amalgamati dalla sensibilità dolce di Gerolamo, testimoniano certamente un desiderio continuo di rinnovamento.

Questo partecipare ad un ampio ambiente, che, specie in quel periodo, fu caratterizzato da una notevole dinamica, non era solo di Gerolamo.

Lavorava pure a Vercelli Eusebio Ferrari, che da spanzottiano quale probabilmente era stato anche lui in gioventù, si teneva al passo con i leonardeschi della seconda generazione.

Nè si perdevan d’occhio le novità più personali, quali quelle del grande Bramantino, dal quale trovavano ispirazione sia Eusebio (particolari del trittico di Magonza, Santi di San Gerolamo a Biella), che Gerolamo (Crocifissione del Borgogna e Pietà del Museo Civico di Biella).

Che indirizzo dare al ragazzo, in una situazione così complessa?

La decisione di metterlo a scuola, a bottega, presso un maestro fuori dalla famiglia, stando ai documenti, deve essere venuta un pò tardi e quindi forse risultato di incertezze e discussioni (quale la strada giusta?).

Forse a un certo punto papà Amedeo si impose, non contento infatti del regolare contratto del 9-1-1521, col quale affida Giuseppe a Gaudenzio Ferrari, nel testamento del 30 luglio 1524 grava i fratelli Giovan Pietro e Gerolamo dell’obbligo di provvedere gli indumenti a Giuseppe che “habitat et habitat debet cum magistro Gaudentio de Varalle Vallis Sicide… ut ipse Joseph possit habitare cum dicto Magistro Gaudentio…et bene disci artem predictam”.

Questa situazione, adombrata nei documenti, ha fatto dire al Mallè (1971) “…Giuseppe, dapprima recalcitrante a quell’alunnato (di Gaudenzio), entrerà solo nella maniera tarda di Gaudenzio, a Milano, mentre prima sarà un singolare ritardatario”.

Effettivamente, nel periodo verificabile attraverso le opere che gli possiamo attribuire, “non entrò nella maniera di Gaudenzio” (e dell’esservi poi entrato nella maniera tarda si fanno solo ipotesi) ma non fu un ritardatario; semplicemente non ne venne monopolizzato, come poi, più o meno, tanta parte della pittura vercellese, ma seguì una sua via.

Le due tavole ex Balbo-Bertone, la pala della National Gallery, il Polittico del Museo Civico di Biella, gruppo che si scala nel terzo decennio, ci danno un’idea degli inizi in ambiente giovenoniano-defendentesco e nel contempo della direzione in cui sta evolvendo Giuseppe Basta per convincersene paragonare i volti dei due Santi ai lati della Madonna della National Gallery; Francesco dal collo torto e atteggiamento devozionalmente manierato, come del resto abbiamo già notato nel San Lorenzo ex Balbo-Bertone, residui dei gusti della bottega di prima formazione, cui fa contrasto il S. Bonaventura, splendida figura, individuata senza alcuna affettazione, quasi fuori da ogni maniera come i Santi del Polittico di Biella.

Verso la fine del decennio Giuseppe deve essere entrato in contatto con personaggi della Corte dei Savoia. Ne è indizio la Pala del Villar di Bagnolo .
Questo gusto, confermato dalla successiva pala della Madonna della Misericordia dei Duchi, ha evidentemente sentore di suggerimento da parte dei committenti, le cui relazioni con le Fiandre, per motivi politici e di famiglia, erano continue, anche se non è da trascurare la presenza a Casale e Vercelli del fiammingo Grammorseo.

I contatti di Giuseppe con l’ambiente della Corte dei Duchi di Savoia negli anni attorno al’30-’35, paiono ricevere ulteriore conferma da un’altra opera studiata solo recentemente, probabilmente per la sua collocazione fuori mano, ma certamente eseguita in Piemonte e con la probabile partecipazione di Giuseppe: il Polittico di Pierre de la Baume, legato per tradizione familiare, a Saint Claude nel Giura (Francia), datato 1533 (Chastel-Lecoq 1977).
Pierre de la Baume, legato per tradizione familiare ai Savoia, abate di Santa Maria di Pinerolo dal 1522 al 1544, Vescovo di Ginevra imposto dal Duca Carlo III, coinvolto nelle lotte scatenate dalla riforma, ordinò il Polittico in questione “per voto”.

Si è riusciti a chiarire molte delle circostanze della vita di Pierre, collegate con la committenza del Polittico, ma purtroppo è rimasto celato il nome dell’autore.

Racchiuso in una cornice che, come già accennato, trova estrema corrispondenza in quelle di Ciriè, Ranverso, Biella, ecc. tanto da far pensare a Giovan Pietro “lignamarius”, richiama nei suoi dettagli un pò tutte le opere esaminate di Giuseppe, dal Polittico di Biella al trittico dei SS. Crispino e Crispiniano; con la sua complessità (25 tra tavole e tavolette compresa la cassa), costituisce un pò la summa di quest’ isola di manierismo, fiorita in Piemonte nel terzo e quarto decennio del’500, che può aver avuto altri protagonisti oltre Giuseppe e di cui sappiamo ancora poco.
Non si può d’altra parte pensare che la conversione di Giuseppe alla maniera di tipo nordico sia stata esclusiva; il Polittico di Ciriè, che non essendo di committenza aristocratica (“fecit fieri inclita communitas Ciriaci”) ci presenta un Giuseppe più libero, è a questo riguardo come un riassunto della sua cultura e dei suaoi gusti.

Vi confluiscono infatti disegno non immemore di Gaudenzio (il disegno del pannello centrale col Battesimo, probabile invenzione del Ferrari, come possiamo constatare nella pala di Santa Maria presso S. Celso a Milano; i panneggi ad ampie falciature del S. Lorenzo e dei Santi della predella), volti modellati alla fiamminga (Madonna e Angelo), ricordi del fratello Gerolamo, nell’impostazione delle figure dei Santi laterali, che richiamano quelli del Polittico di Santhià (Girolamo Giovenone 1531).
Con la rovina del Ducato, l’occupazione francese di Torino (24-3-1536), e la morte della Duchessa Beatrice (Nizza 8 gennaio’38), scomparve molto probabilmente l’ambiente della sua committenza, quello ai cui gusti era più congeniale la sua maniera, creandogli un problema di riorganizzare il suo lavoro, la sua esistenza.

L’ipotesi dei diversi autori che si sono occupati di lui appunto soprattutto di questo suo ultimo periodo, è che egli abbia raggiunto Gaudenzio che, forse anche lui a causa delle tristissime condizioni del Piemonte di quegli anni, si era sposato a Milano.
Si è quindi pensato a una collaborazione con Gaudenzio tardo; è probabile, ma in questo caso la sua mano non è più individuabile che ipoteticamente.

Occorrerebbe piuttosto ritrovare, anche di questo periodo, qualche opera tutta sua; l’affermazione del Taegio (vedi ultimo documento del regesto) permette di pensare che un’attività indipendente l’abbia svolta anche a Milano, ma nulla per ora abbiamo, nè documenti nè opere. Soltanto, dopo la morte di Gaudenzio (31 gennaio 1546) si soccorrono i documenti di Milano, del 1547 e 1548, e questi ci presentano un Giuseppe che riceve lavori di seconda mano dai più giovani Lanino e Della Cerva; situazione evidentemente non brillante, che non sappiamo se sia stata conclusiva della sua vita.

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Pagina aggiornata il 25/09/2023

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